La notizia è passata senza molto clamore, quasi fosse un atto di normale amministrazione, ma di per se stessa è significativa e segna la fine di qualsiasi sovranità dello stato italiano sull’assetto dell’economia nazionale.

Notizia: “Il Governo si affida agli esperti McKinsey per il Recovery Plan. Sarà il gigante americano della consulenza strategica aziendale McKinsey ad affiancare il Ministero dell’Economia nella stesura del “Recovery Plan” da presentare alla Commissione Europea entro il prossimo 30 di Aprile”. (Repubblica).

Per coloro che non avessero compreso la portata della notizia, in sostanza il Governo Italiano di Mario Draghi abdica alla sua incombenza di dettare le linee principali della spesa pubblica e delle esigenze primarie dell’economia italiana e si affida ad un organismo finanziario di oltre oceano per redigere il piano si spesa deimiliardi che dovrebbero arrivare dalla UE nei prossimi cinque anni. Ovviamente questo organismo finanziario a sua volta stabilirà il piano di spesa nell’intesa di favorire quanto più possibile i grandi interessi collegati della finanza e delle mega corporation americane, interessate a spartirsi la torta dei profitti, come già avvenne a suo tempo con le privatizzazioni delle aziende pubbliche.

Un copione che si ripete dunque, del quale fu allora protagonista lo stesso Mario Draghi (nell’epoca delle privatizzazioni) e a cui oggi si ripresenta questa opportunità di favorire i suoi ex colleghi e compari dei grandi organismi finanziari. C’erano state delle forti discussioni già prima con il governo Conte, su come spartirsi i miliardi del recovery fund, ma adesso è Draghi il dominus della situazione e spettano a lui le decisioni, se qualcuno non l’avesse ancora chiaro.

Sembra evidente che non si trattava di un contenzioso di natura tecnico contabile sulle differenze di punti di vista su progetti e settori d’investimento ma piuttosto uno scontro di principio e di sostanza fra la preminenza delle direttive economiche e finanziarie (della UE) piuttosto che il diritto/dovere di uno Stato sovrano di gestire una politica volta a privilegiare le fasce sociali penalizzate, le imprese italiane in grave difficoltà, apportando lavoro e sviluppo del sistema economico mediante gli ingenti fondi del Recovery Fund. Questo tanto più che la maggior parte di questi fondi dovranno essere ripagati come debito pubblico con le imposte di tutti i cittadini. In effetti il fulcro della questione si trova esattamente in questo dilemma: come un governo nazionale ( non indicato dal corpo elettorale) possa reclamare il diritto di varare provvedimenti di carattere sociale a favore deipropri cittadini senza tenere conto dei grandi potentati economici che esercitano le loro pressioni sui governi nazionali per favorire i loro interessi. Inutile sperare che l’obiettivo prioritario sia la piena occupazione o il supporto alle fasce deboli della popolazione, piuttosto che alla conformità dei conti all’assetto finanziario della UE e agli interessi delle grandi banche estere (quelle che detengono i titoli Italiani).

La costituzione italiana è piuttosto chiara su questo (nel principio di sovranità e piena occupazione) ma viene elusa dalle forze politiche che si richiamano ad “europeismo di facciata”. Ancora una volta i governi che si alternano a Palazzo Chigi si allineano al paradigma imposto dalla ideologia neoliberista che ha privilegiato gli interessi della finanza sulla società civile. Prendere atto che Mario Draghi è il liquidatore definitivo della sovranità economica italiana.

di Luciano Lago

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