L’entrata dei talebani a Kabul – che a tratti ricorda le scene già viste a Saigon – attesta il totale fallimento dell’imperialismo americano e delle sue fragilissime creature politiche: una pratica di sovversione culturale, di attacco preventivo e di sfruttamento economico che – come già accaduto in Iraq – si dimostra perdente su tutta la linea.
Vent’anni fa, mentre l’Italia si apprestava a spedire i nostri soldati in quella guerra inutile, fummo tra quelli che denunciarono apertamente la falsità della favoletta occidentalista: la cosiddetta “esportazione della democrazia” – operata da una potenza che non la rispetta neanche all’interno dei propri confini e che mantiene ottimi rapporti con regimi che nulla hanno a che fare con i “diritti umani” – è una barzelletta dietro alla quale si cela il “vizio oscuro” di una élite atlantista e liberista che ha perpetrato rapine energetiche, stragi di innocenti e violazioni dei codici internazionali in tutto il pianeta. Del resto, a dimostrare la tenuta etica dei “paladini della libertà”, bastano le immagini dei fucili puntati sulle centinaia di collaboratori afghani che – evacuato il contingente americano – chiedevano di non essere abbandonati alla sorte.
Una cosa è certa: l’epoca delle prove muscolari è in forte discussione, ma non è affatto terminato – invece – il potere globale degli Stati Uniti, la cui azione geopolitica proseguirà attraverso le “guerre per procura”, le operazioni di intelligence e le destabilizzazioni mirate, come già accaduto con le “primavere arabe” e con il conflitto siriano. In questo senso, nella sua tragicità, la lezione afghana ha molto da insegnarci: ne faccia tesoro – anzitutto – chi non hai perso occasione di manifestare la propria sudditanza al Moloch a stelle e strisce.

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